Chatbot

Chatbot: potranno diventare, anche, dei terapisti?

Nuovi studi ipotizzano che utilizzare dei chatbot possa effettivamente migliorare lo stato della nostra salute mentale. Ma forse è ancora troppo presto per affermarlo.

Sono passati più di 50 anni da quando il prof. Joseph Weizenabum del MIT creò ELIZA, quello che può essere considerato come il primo chatbot. Nonostante i limiti tecnologici, il prof. programmò ELIZA in modo da comportarsi come una specie di psicologo. Già all’epoca, e non senza lo stupore del suo creatore, si iniziò a percepire le potenzialità di queste tecnologie, perché i soggetti che si prestarono agli esperimenti con ELIZA manifestarono esperienze molto positive.

Oggi, nuovi studi sembrano in qualche modo confermare le ipotesi di molti anni fa, cioè che utilizzare dei bot possa effettivamente migliorare lo stato della nostra salute mentale. Recentemente sono stati pubblicati i risultati di una ricerca svolta da un team formato da studiosi dell’University of Southern California e della Carnegie Mellon University. Lo studio ha avuto come soggetti alcuni soldati di ritorno dopo un anno in Afghanistan. In molti casi, i soldati di ritorno da un lungo periodo al fronte possono sviluppare sintomi di PTSD (Disturbo post traumatico da stress). Per certificare la presenza di questi disturbi, la prassi è quella di compilare un modulo (PDHA) che in base alle risposte del paziente stabilisce se ne è affetto o meno.

Espertimento Chatbot psichiatria

Proprio questo sistema ha portato molti militari a non confidare realmente come si sentono viziando i risultati del test. Per sopperire ai possibili disagi dovuti all’interazione con un’altra persona durante il test, i ricercatori hanno sviluppato e creato un Bot in 3D che riesce a garantire un certo grado di anonimità, permettendo quindi al soggetto di poter rispondere alle domande in modo meno imbarazzante.

I risultati di questo esperimento sono stati sorprendenti, riferiscono nel loro paper i ricercatori. Nonostante il Bot non sia ad un livello avanzato di tecnologia e di fatto sia stato programmato solamente per porre semplici domande al paziente, il programma ha funzionato. I volontari che si sono sottoposti al test hanno rilevato spontaneamente molti più sintomi di PTSD al Bot rispetto alla media dei pazienti che svolgevano il normale test.

È chiaro che questa ricerca non indica l’imminente fine di psicologi o la loro possibile sostituzione tout court. Tuttavia si va ad inserire in quel segmento di studi sull’utilizzo dei bot i quali indicano chiaramente che una persona prediliga, in certi contesti, condividere informazioni personali con una chat artificiale invece che con un altro essere umano. Per questo è necessario iniziare a capire come l’utilizzo di simili strumenti possa essere integrato dai sistemi sanitari affinché possano migliorare la cura dei pazienti.